Critica Artistica
Achille Pace
Scritture Celesti
La pittura di Petrosino si potrebbe collocare nel punto di cerniera tra "ARTE ASTRATTA" e "POP ART". E' la rappresentazione dell'oggetto di consumo ma senza pubblicità. Dall'altro lato, il suo disegno arabescato ha una valenza "estetica" allegorica.
Una metafora linguistica caratterizzata e finalizzata al segno-colore autonomo (astratto). La dominante nella sua pittura è il disegno che l'artista controlla con un virtuosismo strabiliante.
Il quadro appare a volte affollato da una miriade di "segni-cose" perseguiti tutti da un'ossessionante idea meccanicistica, certamente simboli liberatori di una società tecnologica.
Un labirinto di segni che conducono ad un'unica uscita: all'immaginazione (a cos'altro può condurre l'Arte?).
Infatti, guardando i quadri di Petrosino non possiamo staccarci dal seguire, segno dopo segno, fino alla catarsi immaginativa e liberatoria dell'oggetto: frutti, segni grafici, lettere, numeri, vegetazione, residui meccanici. Una congerie di oggetti disparati come si possono vedere nella vetrina di un emporio. Oggetti non realistici, graficamente senza funzioni, oggetti misteriosi nella loro apparenza, validi solo per l'arte, lo spirito. Petrosino ci conduce a un racconto labirintico, incalzante, ossessivo dei frammenti strutturali, sul piano organico della superficie del quadro, per il piacere dell'occhio e per scoprire e godere l'unità dell'immagine.
Nei quadri monocromi, tema di queste osservazioni, un unico azzurro di superfici copre la tela solcato da segni bianco-neri. Gli "oggetti" disegnati sono autonomi da quelli che percepiamo quotidianamente con i nostri sensi, naturalisticamente. E' il riscatto creativo dell'artista nell'impossibilità di rappresentare gli oggetti nella loro unità-integrità.
Una condizione alienante per meglio rappresentare artisticamente ciò che vuole dipingere e liberarsene.
Petrosino non ha fatto una scelta a priori di completo distacco dell'oggetto. Tiene con esso un costante contatto e questo stato esistenziale implica la trasformazione delle cose in "Stile ideale". La sua pittura così friziona continuamente, in contrasto drammatico con il mondo: tra fantasia e realtà, libertà e conoscenza, sentimento e ragione, forma e contenuto. Per chiarire: il pittore si chiede: "Come posso dipingere un paesaggio? Diversamente: come posso dipingere la pittura?".
Ho accennato a questa problematica linguistica proprio perchè noto nella pittura di Petrosino un coinvolgimento di ricerca, in direzione della pittura mantenendosi tuttavia a debita distanza, in equilibrio tra le due opposte linee di tendenza (figurativo-astratto).
Marzo 2001
Alfredo De Benedetti
Luigi Petrosino, pittore dall'accento ironico
Il nostro giovane artista - nella vasta produzione pittorica e grafica - tende ad accentuare in maniera sarcastica ed allusiva espressioni umane, situazioni, fatti ed episodi vari ( coinvolgendovi anche forme oggettive ) desunti all'insegna di bandiere, dallo spessore del tessuto sociale, politico e militare .
Egli, quale acuto ed accorto osservatore, non poteva non cogliere dalla realtà i significati più notevoli - freudianamente detto - della nostra storia, della nostra Civiltà, per farne una specie di palinsesto, di codice figurato in chiave efficacemente grottesca, come per provocare nell'opinione pubblica giustificati motivi di risentimento, di sdegno.
Le composizioni di Petrosino, dunque, sono originali. In queste egli riesce a 'giocare' abilmente intorno alle ambiziose aspirazioni dell'uomo tendenti, particolarmente, alla conquista del 'potere', oppure all'assoluto bisogno di amministrare un paese, di occupare una "poltrona politica" etc., quando non assistiamo addirittura a scene di beffe a danno del 'povero uomo', o ad azioni masochistiche, ad ostentati atti di affetto materno, eccetera.
Per comprendere meglio il linguaggio artistico, aspro e pungente, del nostro pittore è bene esaminare alcuni dipinti ad olio. Ecco la raffigurazione del profilo di una testa di soldato affondato in un elmetto, forato in alto da un colpo di proiettile. Il militare - benché ferito - sorride in una maniera masochistica. Ha sulla fronte un simpatica coccarda. La figura pare impressa sul panno tricolore di un gagliardetto che le fa da sfondo, mentre l'asta incurvata del vessillo accompagna il movimento circolare del capo.
Il nostro pittore, con spiritoso garbo e con eleganza illustrativa, trova modo - lungo il percorso della sua creatività - nel mettere in grande evidenza il sentimento materno che una donna, dall'espressione sorridente e goffa al tempo stesso, dimostra nei riguardi del proprio figlioletto che stringe a sé, contenendo nell'ovale del volto quello del bimbo. Le figure, i cui corpi sono fasciati morbidamente da due bandiere, emergono dallo sfondo scuro raffigurante il profilo di un monte in lontananza, di forma concava. Sulle cime del rilievo montuoso, al centro del quadro, s’intravedono tre croci lignee. Siamo di fronte al Golgota di Cristo. Oppure siamo alla presenza di un 'calvario' umano, in cui sono raccolte tutte le nostre speranze ( o, meglio ancora ), le nostre tribolazioni, le nostre sofferenze ?
Le aste delle bandiere, agili e curve, sovrastano la linea del monte svettando le acuminate punte sui toni rossi di un tramonto estivo, che risulta su di una superficie convessa . Tutta la struttura compositiva, dalle modalità cromatiche luminose e volumetriche, acquista una forma ovoidale. Il lavoro s'intitola 'Madre e figlio'.
Cosa dire ora del profilo di una testa di vescovo, esile e goffo, il quale, in veste pontificale, emerge improvvisamente dalle maniche della giacca e della camicia? Una mano gli fa da collo. Si eleva grandiosamente dal centro di un tessuto urbano, bene sviluppato e tendente a divenire città. L’ampia visione panoramica è dominata da una enorme e svettante bandiera tricolore, contro cui si articola il profilo salace del 'vescovo'. Il suo atteggiamento, altero e vanitoso, è tale da caratterizzare efficacemente lo spirito di coloro che raggiungono il 'potere' con piena facilità governando, poi, una cittadinanza, un popolo, con leggerezza,con pomposità, con presunzione. Petrosino, in questo dipinto dal titolo "Fede e patria", ha inteso sottolineare causticamente un particolare aspetto della vita politica ed amministrativa di alcuni alti prelati, come per mostrare che la sete del comando e dell'arrivismo è nell'uomo.
Il lavoro in esame è un elevato modello di mordacità descrittiva .
Un uomo della terza età, realizzato a mezzo busto, visto di profilo e dall’espressione sorda e balorda, è potentemente delineato nei suoi contorni descrittivi. Dai modi con cui il nostro artista ha raffigurato l'encomio costituito da una semplice croce di guerra, il cui nastro é legato alla bandiera mediante un grosso spillo da balia, appare evidente l'ironia che egli muove contro certe forme di inutili ed umilianti riti celebrativi. Molti, tuttavia, credono ciecamente in alcuni tributi di lode - specie se di carattere militare - come è dimostrato dall'ingenuo e tonto personaggio, sottilmente qui rappresentato .
Un soldato, a mezzo busto, calvo ed occhialuto,dai caratteri somatici tipicamente caricaturali e dall'alta uniforme militare, ci viene incontro saldamente, plasticamente . L'uomo dev'essere qualche grande ufficiale dell’Esercito italiano . Proietta lo sguardo nel vuoto, mentre un moschetto, piegato ad arco e rappresentato a sinistra del lavoro, armonizza ritmicamente i contorni curvi della figura dell'eroe. Dalla canna dell'arma sventola la bandiera tricolore contro cui grandeggia il naso, dell'alto graduato, alle cui spalle - a destra di chi guarda – s’intravede il profilo di un giovane, realizzato pure a mezzo busto, dai toni scuri, in atto di montare la guardia.
E la produzione pittorica del nostro artista diviene sempre più significativa, interessante e gustosa .
Strana e curiosa ci appare ora la mezza figura di un uomo fornito di lenti spesse che evidenziano un'avanzata miopia. La testa, inserita in un immaginario ovale, è in posizione inclinata, mentre in secondo piano, alla sinistra del fruitore, dall'asta curva di un gagliardetto brucia una bandiera tricolore. Il titolo dell'opera è : "L'intellettuale".
L'individuo rappresentato - dall'animo aperto ai godimenti spirituali - avverte in sé indizi futuri lieti che possano verificarsi su piano internazionale con l’abbattimento delle frontiere e degli opposti eserciti. "Al sacro fuoco" della sua "idea ( pertanto ) brucia la bandiera, in particolare quella francese, simbolo dell'intellettualismo" ( sono, queste, espressioni dello stesso Petrosino ).
Mentre nella mente del nostro artista le bandiere bruciano da tempo, solo di recente è stato abbattuto il muro di Berlino, ed ora stiamo assistendo all'attuazione dei piani di pace mondiale.
Per lo stesso pittore, dunque, valga la concezione per cui la realtà "divora l'idea", ovvero "l'immaginazione anticipa la realtà".
Il nostro 'intellettuale' raffigurato, dunque, ha la chioma giacente su di un piano orizzontale, risolta abilmente in pure e sentite espressioni di volti femminili e di mostriciattoli. La tecnica del dipinto è in bianco e nero - tranne il vessillo - con morbide tonalità volumetriche, mentre i contorni di tutta la figura risultano marcati.
Un uomo attempato, realizzato a mezzo busto e di profilo, è potentemente delineato nei suoi tratti figurativi ed espressivi. L'individuo appare nel primo registro del quadro. La sua espressione è sorda, sognante e fortemente caricaturale. Ha un doppio naso, alla picassiana. Si porta le mani dietro alla schiena. E' privo di orecchio perché non intende ascoltare giustificate proteste avanzate, magari, da parte di chi rifiuta di accettare i su ordini, i suoi comandi. E' senz'altro, la figura del ministro della difesa, intento a passare in rassegna una truppa militare che appare - nella sua sagoma figurale – sullo sfondo del quadro, quasi in ombra. E’ l’ora dell’alzabandiera, che ammiriamo al di là dello schieramento. Alcuni soldati ne vengono attratti fissando lo sguardo verso il glorioso vessillo.
Il colore è steso a campiture uniformi. La figura stilizzata dell’uomo dal colletto bianco della camicia – oltre all’appiattimento tonale – presente una linea di contorno molto incisiva e pesante.
L'uomo, in genere - secondo la concezione ironica del nostro artista - per un innato senso di vanità e di superbia, è come un pappagallo che Petrosino concepisce in maniera fortemente sarcastica, visto di profilo, con testa quasi tonda, con occhio ed orecchio umani, con piume variamente colorate, con l'attributo maschile per naso, emergente esso al di la di una bandiera spiegata di gagliardetto la cui asta, arcuata, termina con la punta che va a cadere sul becco, creando una delicata ombra portata che stabilisce l’opportuna distanza, mentre il cielo sereno fa da sfondo a tutta la composizione. A sinistra di chi guarda risulta il profilo di un giovane, posto quasi in ombra, in atto di presentare le armi all'uomo-animale. Stilisticamente il nostro pittore si rifà alle maggiori 'tendenze' dell'arte del XX Secolo - ivi compresi - l'Impressionismo e l’Iper-realismo - in particolare alla Nuova Oggettività di Otto Dix e di George Grosz, senza venir meno, però, alle sue esigenze formali ed espressive, ed alla sua complessa "visione unitaria" delle cose, da cui si muove una piacevole spirale creativa.
Oltre ai dipinti in chiave ironica il nostro artista presenta una vasta produzione di paesaggi, di nature morte, di vedute di zone industriali etc., per non parlare di ritratti e di altre interessanti e significative composizioni pittoriche e grafiche .
Le dimensioni delle sue opere, infine, sono varie, per cui non mancano quelle di media e considerevole misura.
Anno 1990
Antonietta Caruso
L’azzurro è forse una condizione dell’anima, un archetipo presente in noi prima che il vissuto invadesse a strati la nostra mente e poi imprimesse le nostre cellule, una dopo l’altra, fino a trasformarle e a costruirne quello che siamo ora e qui.
Ma quel substrato non è cancellato. E’ solo sopito nei meandri della memoria.
E ritorna di tanto in tanto nel nostro sguardo sul mondo, si fa strada tra gl’incastri della mente, nei cibernetici percorsi, disseminati di schegge di geometrie esplose e non più idonee a formare equilibrate composizioni architettoniche.
E come potrebbero, dopotutto, considerata la metamorfosi dell’esistenza quotidiana, che avviene ineluttabilmente e talvolta a nostra insaputa, che tu lo voglia o no, come potrebbero, dicevo, formare qualcosa di armonioso, che suggerisca un ordine sereno, in cui sentirsi bene e in cui muoversi con disinvoltura sorridendo al prossimo, se la vita è caos? L’esplosione, una volta avvenuta, non può tornare in ordine, come non torna indietro il tempo.
Dio tenta di dare un ordine al mondo, ma la condizione umana è divina e quando Dio tende la mano all’uomo, egli non riesce ad afferrarla.
Così com’è esplosa la città antica nelle attuali aree metropolitane, fumogene e ripetitive, allo stesso modo è esploso il ritmo delle nostre esistenze.
Le nostre torri di Babele s’innalzano come un inno alla grandezza dell’uomo, ma periodici aerei terroristici ce le abbattono sotto i nostri occhi impotenti.
E noi, incorreggibili, torniamo a ricostruirle.
Luigi Petrosino, dalla sensibilità tipica dell’artista, ha colto un aspetto fondamentale della condizione dell’uomo di oggi: la solitudine nel caos. Una condizione questa non retorica, non estrapolata delle teorie psicoanalitiche in voga, ma avvertibile, anzi estremamente tangibile, qui ed ora, nella quotidianità della nostra vita, circondati dall’azzurro del mare Adriatico che lambisce le nostre mura e che s’impone al nostro sguardo.
Qui, nei meandri dei vicoli antichi, nelle rotaie della ferrovia, nelle corsie dell’autostrada e della tangenziale, nei piani stereotipi dei condomini, nel susseguirsi dei numeri civici, nel trascorrere dei giorni del calendario, nel passare inesorabile delle ore, la condizione dell’uomo alienato dal caos, dalla tecnologia e da se stesso è tangibile. Sapete, possiamo anche stordirci con cose da comprare e da possedere con musica e pastiglie, ma non cancelliamo la nostra condizione.
Forse solo l’azzurro, si l’azzurro, quell’ancestrale ricordo di ciò che amavamo, di ciò che speravamo, della trasparenza del nostro sguardo sul mondo può darci ancora parvenza, segnali di vita autentica.
Termoli, Dicembre 2007
Nicola Sorella
Scritture Celesti
Blu. Il blu del simbolismo. Mallarmèe, Quenau, Kandiskij. Blu profondo. Blu oltremare – definizione piuttosto metafisica per un semplice pigmento! - blu vorticoso, blu insondabile, blu memore. E’ la vera materia di quest’opera ancora in azione, sorpresa nella sua nascita continua come in un fotogramma provvisorio. Si inabissa la poesia nel blu inquieto dei nostri giorni, dei giorni avvenire, dei giorni fluiti con la loro coda di comete, lievi e incise. Ma anche blu celestiale, oppure azzurro, dove volentieri si fondono mare e cielo, o la terra incerta all’orizzonte con la volta onnipresente e lontana; e l’azzurro del cuore, l’azzurro interiore, dove risiede la profondità ultima, l’indecifrabile fondo dell’essere. Qui l’apparizione del bianco, quasi una trafittura, è il cammino della luce e, contemporaneamente, il dispiegarsi del mistero, del vuoto che anela al pieno, e che culmina nel volto umano, immagine stupita. Il celeste è materia, il bianco è luce che la plasma, nella debole vigilia dei sensi che faticano a ritrovare il bandolo del particolare incontrovertibile, dell’avvenimento necessario.
Così, dal profondo, scolpito in rilievi di luce e ombra, emergono le rapinose scritture di Luigi Petrosino. Scritture celesti, appunto. Dove il proliferare delle forme si specchia, per singolare contrappasso, nella reductio ad unum dell’infinita varietà dei colori ai due essenziali, stadio sintetico di differenti percorsi espressivi tentati in passato. Una semplificazione arbitraria, che sa di estrema libertà e di tensioni, di misteriosi trascorsi, di straniamenti e mai esplicite visioni, di purezze ricercate e necessarie, di salvataggi sperati, di sortite e di fughe dal bailamme culturalista e delle scorie esistenziali che, per continuo accumulo, edificano parvenze di coscienza. Ma il caos, si sa, non tende naturalmente all’ordine.
E’ soltanto la coscienza del mondo, il punto discriminante che è l’io umano, a desiderare, nel cuore magmatico del caos, il refrigerio del cosmos. Tutte le ideologie, sorprese nella luce fissa della contemporaneità che la tela restituisce potentemente e che il cuore esige per natura, restano estranee e giudicate, come verruche piantate a forza in un viso, come relitti sospesi ad altezza o profondità vertiginose dalla molteplicità dei piani percettivi: l’errore che ha disseminato di schianti il secolo finito, lascia traccia di se nella mano stessa dell’artista. Rilke diceva di non parlare delle cose, ma di quello che era diventato attraverso di esse. Un punto ardente, con a tema il desiderio.
Così Luigi Petrosino vela e insieme svela il prima, l’antefatto che rende giustizia all’estrema tensione che percorre le sue opere. Un artista fa sempre del male, a sé stesso e agli altri, liberando contrasti in un certo spazio. Ed è difficile ferire nel modo giusto, provocare cioè il male necessario, non quello inutile. Questa è l’esattezza: dare il dolore giusto. Tuttavia neanche quest’ estrema giustizia può allontanare definitivamente, per l’artista, il rischio di partecipare attivamente al disordine da cui cerca di affrancarsi. Sappiamo che il caos esiste, è reale, ma pensiamo che l’esserne consapevoli ci metta al riparo dalle sue insidie, che il nostro giudizio sulla realtà sia una specie di ombrello. E’ questo esattamente il dramma di ogni umanesimo: l’impossibilità a portare il mondo. Resta l’adesione irrazionale al presente, o la paura del presente, o soltanto il rifugio nel passato. Nell’assenza del giudizio non si dà comunicazione: solo variazioni, magari originali e sontuose, sul tema principale del nulla: la menzogna cambia maschera, diviene innocente, e la violenza più terribile e inconsapevole. Un mondo di bambini senza padri: dopo le macerie dell’idealismo il rischio, tutto da attraversare, è quello di scrivere sull’acqua dell’inappartenenza.
Ma la carta che non ti aspetti, quella decisiva, Petrosino la gioca alla fine. Come in un haiku giapponese, si snodano sillabe corte e secche come rami, ma spesso anche liquide e volatili irriconoscibili giunture in cui si articola la mancanza di un corpo: cifre di liste della spesa, ambigui monogrammi, brani improvvisi di appunti, in un brogliaccio incandescente, splendido a trascolorare in murales, dove la scrittura sbalzata a delineare cornici fittizie provoca allucinate geometrie e scivola in scorci lunari, pianure fosforiche, con luminarie di segni alfanumerici trascinando la fantarcheologia di capitelli e di colonne mozze nella stessa forma-materia della civiltà industriale e della quotidianità più bassa: che grandioso paradosso, queste immagini strappate alla routine e collocate a viva forza nell’elemento celeste dello sfondo. Proprio qui emerge, con il valore creativo del bianco, la grande e straordinaria forzatura, l’impeto tenace del desiderio.
Si, d’accordo: viviamo in una terra di parole fossili, autosufficienti, insensibili, che possono essere soltanto collezionate: segni, frammenti di un unico discorso originario; un sole sottomarino sembra illuminarle, e dai loro accoppiamenti proliferano esseri immaginari, la loro umanità residuale stravolta nelle pieghe di un incombente crollo planetario. Ma è un attimo, l’attimo di un soprassalto, come uno stupore: l’ultrasuono dell’io, la possibilità di un incontro tra chi traccia la linea e chi la vede, tra chi parla e chi ascolta, tra chi è dentro la lingua e chi né è rimasto irrimediabilmente fuori, e la scintilla scoccata per la grande deflagrazione. Ecco il dramma di una disperata speranza, che con il verso di un premio Nobel del 1951, lo svedese Par Lagerkvist, suonerebbe pressappoco così: Ma come potresti tu ricordarmi. Come potrebbe il mare ricordare la conchiglia nella quale una volta mormorava?
Come potrebbe? Eppure, in stridente contrasto con la metafora del quadro che replica vertiginosamente se stesso, quei volti, così idealizzati nelle loro epifanie dolcissime, che sembrano scaturiti da corrispondenze inaspettate, tentano di nuovo e sempre, non senza un’ingenua baldanza, il loro coup de dés, che è parlarci ancora di carne e sangue, luogo del destino e della vita, avviata alla corruzione e alla morte e pur sempre a questa irriducibile.
Qui l’autore o il poeta figurativo, già scampato al canto delle sirene, è decisamente incamminato verso il linguaggio, sta uscendo dalla sua e dalla nostra solitudine.
E’, questa di Petrosino, una pittura fortemente connotata in senso conoscitivo: una pittura di indagine esistenziale in cui, attraverso il repertorio di segni e di forma, di brani di civiltà perdute o non ancora consumate per intero, emerge il dato unificante che è l’azione infaticabile di un io alle prese con la mimesi geometrica e figurativa del reale o di ciò che ne resta. Un io teso nel desiderio che invoca, quasi sostanziando il suo grido di spazi linguistici spogli di senso apparente, un senso ulteriore, che nel quadro non si dà se non per sottile analogia con ciò che lo possiede e lo nutre.
La conoscenza è un incontro tra l’energia umana e una presenza. E’ un avvenimento in cui si assimila l’energia dell’umana coscienza con l’oggetto. Come si produce tale unità? E’ la domanda affascinante di fronte alla quale abbiamo potere fino ad un certo punto. All’interno della quale ognuna di queste rappresentazioni rischia di farci inoltrare di un passo.
Febbraio 2002
Silvana De Gregorio
Le opere che Luigi Petrosino propone in questa occasione espositiva racchiudono ciascuna un atto di sintesi di differenti percorsi espressivi. Di essi infatti celano discretamente la lunga elaborazione, ma manifestano con energia la riduzione dei mezzi linguistici e degli strumenti del fare arte: piani, rette, curve, segni, colori, materia; offerti alla visione su piani percettivi molteplici, pronti ad emergere o ritrarsi in una mutevole gerarchia dialettica destinata a un fruitore designato benché non individuato.
La densità visiva che nella ricerca artistica della fine degli anni Ottanta si è imposta come urgente figurazione del contemporaneo – storia o cronaca del presente – proposta con la forza di immagini-simbolo e di denuncia della potenza di affermazione e sopraffazione dell’uomo, in un crogiuolo cromatico di tinte esaltate dai reciproci contrasti; sembra approdare verso i termini di uno spazio geometrico dove forme e cromatismi continuano ad interagire per intrinseche qualità e accurate scelte tecniche. Ancora una volta la contemporaneità affiora prepotente e identificabile attraverso i segni alfanumerici dei linguaggi del nostro tempo.
L’espressione figurativa si fa più essenziale nella recente produzione , ma il bisogno dell’artista, di procedere a una riduzione della forma e del colore, ha dapprima attraversato l’elaborazione di immagini archetipiche di matrice classica - colonne, capitelli – come ritorno ad un ordine interiore che, prima della razionalizzazione in forme geometriche, cerca percorsi evolutivi nelle possibilità di curve e spirali.
Ora sulla tela trovano ragione di esistenza forme-materia, parti di oggetti recuperati nel quotidiano, destinati all’ ”usa e getta”, che l’artista fa vivere in una azione mimetica e di manipolazione della qualità e delle caratteristiche del prodotto industriale, che si nobilita nella estrema assunzione di puri valori formali.
Il rigore espressivo trova così piena formulazione nella trama ordinata delle opere, dove il colore assume sempre più il valore timbrico del bianco, e dove i segni del linguaggio moderno lasciano il posto ai crittogrammi di una lingua antica forse ancora da decifrare nei suoi misteriosi contenuti.
Dicembre 1993
Giorgio Falossi
Petrosino Luigi: un viaggio nell'arte
Una pittura che, attraverso i vari cicli mantiene la personalità dell’autore che si articola nelle esplorazioni dell’arte contemporanea. Ne rimane una presenza viva e sempre allerta della condizione esistenziale dell’uomo, nello scandagliare il pensiero, l’animo, le reazioni di una realtà leggibile nel volto umano.
Ed è il volto lo specchio comune di esseri che sono simboli che esprimono il dramma della società, il mistero di una presenza che tutti sentono e che l’arte di Luigi Petrosino esprime con accorgimenti delle linee, con l’acutezza dei colori.
Non c’è il corpo, ma solo ad una parte del corpo è affidato il compito di trasmettere il messaggio, spesso al volto, qualche volta alle mani. E’ un susseguirsi di invenzioni facciali in cui vi si può leggere un aspetto satirico. Vi ritroviamo condottieri, politici, uomini di chiesa o comunque di potere nel ciclo storico, negli avvenimenti salienti, nel consolidarsi delle favole e delle avventure revocate a consumo dell’umanità, con crudezza lacerante. Sullo sfondo, spesso, un simbolo inequivocabile per segnare una appartenenza, la bandiera, ed appunto “Periodo delle Bandiere” è definito il periodo di appartenenza di questi lavori.
La novità dell’ultimo periodo del lavoro di Luigi Petrosino è da ricercare nella sua proposta di riflessione da considerare portatrice di tradizioni e di memoria, di esperienza imprevedibile ma sempre aperta con la realtà che è spesso vicenda, emozione, malessere.
Ed il viaggio dell’artista, che non si conclude mai, in quanto esploratore del tempo, fa seguito ad un periodo dove la definizione di attività artistica è affermazione di una formatività fatta di idee, fuori dalla illusione figurativa o dalla passeggera impressione. Un processo che punta su una realtà culturale libera dalla normalità e che nella sua libertà si fa stimolo e germe di infinite esperienze. Perciò, quello che potrebbe apparire una formula stilistica è invece il frutto e la scoperta di un mistero di un lato della vita trascurato e da capire dopo lunga contemplazione.
Ed ecco che si conferma questo suo periodo che si avvale del dato ottico percettivo, fatto di un reticolo di segni. E del segno è il trionfo. Un periodo che Luigi Petrosino contraddistingue con il nome di “Scritture celesti”. Scritture che sono sempre in movimento, dinamiche e sempre legate a successivi momenti di azione, lo scorrere della vita attraverso la memoria.
Segni arcaici, geometrici, mobili o in primo piano, oscillanti dal centro alla periferia, senza materia o profondamente inseriti in essa. Un viaggio lungo ed avventuroso che in questo periodo si esprime in occasione e richiami, qualche volta con procedere del ritmo, talvolta segnati da folgorazioni e scontri, senza mai un momento di sosta.
Il colore ora è unico, monocromo. Sul colore intenso di azzurro, Luigi Petrosino scrive la sua storia, i suoi furori e le sue distorsioni. La sua arte è gioia di vivere, passione urlante ed occasione per esprimere forza e temperamento. La scrittura è la chiave che illumina il senso dell’esistenza e la trasmette per generazioni. Diventa memoria e riflessione. Simbolo e forza, chiave per capire il susseguirsi del tempo come sviluppo di civiltà e il perdurare dell’impegno per il suo trionfo.
Così nel segno della superficie monocroma si conclude la rivalutazione dello spazio per far trionfare l’intelletto e la spiritualità, si conclude il trionfo della fantasia che realizza luci e ritmi sulla tela sollevando la curiosità e le fantasticherie dell’osservatore.
E come ogni artista che si rispetta dobbiamo ricordare che Luigi Petrosino viene da una gioventù figurativa, da un iniziale momento da ricordare come "Periodo Accademico".
Personaggio di studio e di cultura ci segnala subito che sa anche disegnare, che tutto il suo lavoro nasce da basi solide e senza ombre di equivoci. L’artista giovane dipinge reali nature morte unicamente per discostarsene ed entrare nella via dello spirito infinito, onde attingere l’indispensabile ebbrezza che fa rimarginare ferite ed incomprensioni, ma che ti fa anche sentire il prurito acuto dell’ignoto e la raffinatezza del vivere. E’ la partenza di un artista che già molto cammino ha percorso, con le sue idee, con la sua esperienza, adeguando con il tempo il suo linguaggio a quello di una società che corre veloce pur nelle varie incertezze e nei vari squilibri.
Milano, Gennaio 2006
Sandro Serradifalco
La valente impostazione segnica risulta complementare, nella finalità ossessiva, alla stesura cromatica.
Il distinguibile tratto di Luigi Petrosino rappresenta prova di eccellente equilibrio, tra necessario effetto scenico e consistenza compositiva. Un dosato senso dell’essenzialità del colore che dona corpo all’abbozzo iniziale.
La partecipazione diviene inevitabile grazie alla perfezione tecnica ed alla maturità espressiva.
La realtà di Luigi Petrosino è riconducibile al nostro mondo. Né troppo facile né troppo semplice, proprio come la sensibilità celata nei meandri dei nostri pensieri, dei nostri sogni, del nostro incerto domani.
Dicembre 2006
Carlo Fabrizio Carli
Quella di Luigi Petrosino è pittura che si situa in un terreno tra "Pop Art" e graffitismo, il cui segno araldico può essere individuato nel fumetto, nel cartoon. Nelle sue inquadrature monocromatiche, per lo più celesti, ma anche bianche, sembra di scorgere sintetiche evocazioni urbane, ispirate ad un dinamismo energetico di sapore futurista.
Settembre 2006
Dino Marasà
Richiami a stilemi artistici classici e a un linguaggio figurativo di maniera sottolineano l'arte di Petrosino Luigi. Grande compositore cromatico, usa campiture ben definite per esporre una narrazione pittorica, di toccante chiaro effetto sul fruitore. Elementi formali geometrici misti a lettere dell'alfabeto proiettano l'arte del Maestro verso il simbolismo, cariatidi nate dall'arte osservano la finestra del tempo proiettando il loro sguardo sul futuro, volti del passato ci guardano. Tutto ciò è indice di una grande conoscenza dei movimenti artistici umani e di una capacità di sintesi compositiva che affiora in ogni sua opera. L'artista è un innamorato delle forme e dell'arte in genere e vuole infondere in noi la stessa passione. Poesia quindi e un tocco di romanticismo nostalgico per ogni fare artistico passato. Celebrazione della meravigliosa creazione dell'inventiva umana che eleva tutti alle più alte sfere della civiltà. L'arte stessa. Complimenti
Gennaio 2007